Una chiacchierata con Bill Hutchens, tra il mestiere di attore e la libertà del cinema indipendente

Nel 2018, insieme al regista Federico Scargiali, decidiamo di fare un film. Ci conosciamo da anni, parliamo sempre di cinema, abbiamo gusti simili e condividiamo un certo amore malsano per i film più oscuri e sconosciuti. Dopo una serie di cortometraggi molto apprezzati negli ambienti underground, Federico freme per realizzare il suo primo lungometraggio. Io, nel frattempo, da un po’ di tempo ho in testa l’idea di iniziare a produrre. Troviamo il momento giusto, si parte.

Optiamo per un mockumentary, forse il genere più odiato dalla critica, e decidiamo ovviamente di fare qualcosa di estremo, di non facile. Qualcosa che la gente possa amare oppure detestare, nessuna via di mezzo. Nasce così l’idea di Fuck You Immortality: una black comedy in cui una coppia di ex hippie è alla ricerca di Joe, un loro vecchio amico che negli anni non è mai invecchiato. Si scopre che Joe è immortale, ma stanco di vivere. In nome della loro vecchia amicizia, i due decidono di aiutarlo nel modo più assurdo possibile: cercando di ucciderlo in tutti i modi immaginabili. Federico si mette a scrivere. Io mi dedico al casting.

È proprio in questa fase che conosco Bill Hutchens, attore australiano residente a Londra. Lo avevo già notato nel delirante sequel di The Human Centipede e inizialmente lo immagino per un ruolo secondario, poco più di un cameo. Per Tony, il protagonista della coppia hippie, avevo già in mente un paio di altri nomi.

Poi arriva il suo self-tape. La sua energia e la sua presenza mi colpiscono subito. Ne parlo con Federico. Proprio in quei giorni aveva appena scritto una scena completamente folle: il protagonista, sotto l’effetto di funghi psicotropi, si scatena in un ballo allucinato in preda a visioni psichedeliche. Gli mandiamo gli stralci. Poco dopo arriva il self-tape: Bill, in maglietta, calzini e mutande, si lancia nella scena e tira fuori un Tony semplicemente strepitoso: abbiamo il nostro attore protagonista.

Lavorare con Bill è stata un’esperienza formidabile e negli anni siamo rimasti amici. Dopo Fuck You Immortality è tornato a lavorare in Italia in un paio di altre occasioni: nel post-apocalittico The Curse of the Blind Dead diretto da Raffaele Picchio e nel più recente Il monaco che vinse l’Apocalisse, per la regia di Jordan River. Ho raggiunto Bill per una chiacchierata sulla sua esperienza da attore e da regista.

Bill, è sempre un piacere risentirti. Come ti vedi oggi, in questo momento della tua vita?

Ciao Alan, il piacere è tutto mio. Oggi direi che mi vedo soprattutto come filmmaker e attore. Gestendo i miei film e i miei progetti in modo indipendente, riesco di solito a organizzarmi bene e ad adattarmi facilmente quando arrivano nuovi lavori o opportunità di recitazione.

Quando hai capito che la recitazione e il cinema sarebbero stati davvero la tua strada?

Verso la fine degli anni ’90. Gestivo un piccolo ufficio a Sofia, in Bulgaria. Insieme a due amici decidemmo di fondare un teatro in lingua inglese, coprivo il ruolo di manager. Tuttavia, per lo spettacolo inaugurale ci mancava un attore e dovetti sostituirlo io. Fu terrificante! Ma allo stesso tempo fu come gettare benzina su un fuoco che covava dentro di me da sempre. Mi ci sono voluti alcuni anni per permettermi davvero di provarci fino in fondo, ma sono felice di averlo fatto.

Ricordi il tuo primissimo credito come attore? Come è arrivata quell’opportunità?

Ho fatto un po’ di teatro amatoriale a Londra prima di iniziare a seguire dei corsi di recitazione e diventare professionista. Se ricordo bene, il mio primo credito è stato in uno spettacolo indipendente chiamato Woyzeck, tratto da un’opera di Georg Büchner e basato sul film Persona (1966) di Ingmar Bergman.

Come sei arrivato a lavorare nel franchise di The Human Centipede?

Credo l’opportunità sia arrivata tramite il mio agente dell’epoca. Per l’audizione non c’erano battute da imparare: abbiamo semplicemente chiacchierato e fatto un po’ di improvvisazione. Quando poi sono stato scelto ho lavorato soltanto sulle mie scene, quindi la proiezione con cast e troupe è stata una bella sorpresa (ride).

Parliamo un po’ de Il monaco che vinse l’apocalisse (Joachim and the Apocalypse). Come sei entrato nel progetto e com’è stata per te questa esperienza?

Quando su IMDb trovo progetti che mi sembrano interessanti e per i quali penso di poter essere adatto, a volte contatto direttamente i filmmaker. Naturalmente questo non vale per le grandi produzioni, dove c’è già un casting director: in quel caso passo tramite lui o attraverso il mio agente. Fortunatamente in questo caso sono stato ricontattato. Ho fatto un self-tape e sono piaciuto al regista. Jordan River è stata una persona fantastica con cui lavorare, così come tutto il suo team. Spero di poter lavorare ancora con lui e con la sua squadra in futuro.

Ho dovuto imparare un po’ di latino, ma essendo latino liturgico mi era già familiare: crescendo con una madre cattolica che ci portava a messa, da bambino l’avevo sentito molte volte. È stato un ruolo divertente da interpretare e la regia di Jordan ha reso tutto molto semplice.

Quando ti prepari per un provino, qual è il tuo metodo di lavoro? Segui un processo strutturato oppure modifichi l’approccio in base al ruolo e al materiale che ricevi?

Direi che il mio approccio alle audizioni è più o meno sempre lo stesso. Prima leggo le scene diverse volte per capire bene cosa sta accadendo. Poi imparo le battute in modo abbastanza libero, senza fissare subito una performance definitiva, così da avere una certa sicurezza sul testo.

Successivamente cerco di approfondire il lavoro sulla scena: il subtesto, le intenzioni del personaggio, i suoi obiettivi, gli ostacoli che incontra, e così via. Cerco sempre di fare delle scelte, ma evitando di seguirle troppo rigidamente, perché potrei essere completamente fuori strada e dover essere costretto a cambiare molte cose. Questo vale soprattutto nelle audizioni dal vivo, quando il regista o il casting director può chiederti di provare la scena in un modo diverso. Naturalmente può capitare che l’audizione sia basata sull’improvvisazione, in questo caso non puoi prepararti davvero a meno che non ti diano qualche informazione in anticipo, ad esempio una descrizione sul personaggio.

Quando si lavora per spot pubblicitari invece, spesso ci sono pochissime battute, a volte addirittura nessuna, quindi mi affido semplicemente a ciò che immagino venga richiesto. Anche in questo caso tutto può cambiare nel corso dei provini, quindi cerco di non fissarmi su una sola idea.

In sintesi, raccolgo quante più informazioni possibili, faccio delle scelte, ma cerco sempre di restare flessibile e aperto a qualsiasi direzione.

Quando costruisci un personaggio, come lavori di solito?

Come ti ho anticipato la prima cosa che faccio è leggere più volte tutto il materiale che mi viene dato, che si tratti dell’intera sceneggiatura o solo delle mie scene. Cerco di capire il personaggio nel contesto dell’intero film: obiettivi, ostacoli, background, personalità, ambiente e relazioni.

Mi piace poi confrontarmi con il regista per capire se siamo sulla stessa lunghezza d’onda riguardo al personaggio. Se emergono differenze di visione, può nascere un confronto molto utile, l’importante è generare sempre idee e possibilità.

A quel punto comincio a lavorare sulle singole scene, pensando agli obiettivi e agli elementi della scena. Cerco il subtesto, i cambi di ritmo, i momenti di svolta.

Personalmente mi piace studiare le scene nell’ordine della sceneggiatura finché non sento di averle ben chiare, poi passo a rivederle nell’ordine del piano di lavorazione, così da essere il più pronto possibile per ogni giornata di lavoro.

Cerco ispirazione nell’arte, nei film, nella musica, parlando con le persone: qualsiasi cosa che possa arricchire il personaggio. Ad esempio, prima di una scena importante potrei ascoltare una canzone che mi aiuti a raggiungere lo stato emotivo di cui ho bisogno.

Come dicevo prima però, cerco sempre di non fissarmi sulle mie idee, perché non sai mai cosa succederà sul set e devi essere pronto ad adattarti rimanendo nel personaggio. Il tuo partner di scena potrebbe dire una battuta in modo diverso, inaspettato, e questo cambierà anche il modo in cui tu dirai la tua. Tutto può succedere tra un take e l’altro.

In fondo un personaggio, proprio come una persona reale, non è mai qualcosa di completamente definito: lo si scopre e lo si costruisce strada facendo.

Naturalmente sto parlando in una situazione ideale di lavoro. A volte hai solo poche ore, o anche meno, e devi semplicemente buttarti.

Parliamo della tua attività come regista. Cosa ti ha portato dietro la macchina da presa e come descriveresti il tuo modo di lavorare?

Proprio come per la recitazione, non avevo mai immaginato di diventare regista. Ho iniziato ad avere alcune idee per dei film, ho cominciato a scrivere e da lì le cose si sono evolute naturalmente.

Mi piace lavorare con un approccio collaborativo alla regia, anche se cerco sempre di avere un’idea chiara di ciò che voglio. Questo è qualcosa che ho affinato nel tempo, perchè agli inizi ero molto meno preciso.

È fantastico ricevere input da cast e troupe, spesso potrebbero svilupparsi idee preziose e sarebbe folle da parte mia non accoglierle. Allo stesso tempo so che devo essere sempre pronto a guidare il lavoro, anche nel caso in cui nessun altro proponga qualcosa di valido.

Il tuo film Kin Spirits è attualmente disponibile sulle piattaforme: raccontaci qualcosa di più e cosa ti ha spinto a raccontare questa storia.

Kin Spirits è ora visibile gratuitamente su Tubi. Racconta principalmente la storia di una medium brillante dalla vita piuttosto caotica, che sogna la fama mentre la sua complicata situazione personale continua ad ostacolarla in modi spesso esilaranti. Ma il cuore del film è soprattutto la famiglia: il film segue un gruppo un po’ sgangherato di persone che attraversano cambiamenti, conflitti e momenti difficili nelle loro relazioni alla fine riescono comunque a restare uniti e a formare un legame profondo. Naturalmente da tutte queste situazioni si scaturisce anche molta ironia. È proprio questo tema che mi ha attirato e spinto a girare questo film. Siamo onesti, non è forse così per la maggior parte delle famiglie?

Dal punto di vista produttivo è stato un vero battesimo del fuoco. Kin Spirits ha attraversato anni di difficoltà e di sfide prima di essere completato. Ma questo è il cinema indipendente: si continua ad andare avanti finché il film non prende forma.

Guardando indietro, come descriveresti oggi la tua identità artistica rispetto a quando hai iniziato?

E’ una domanda difficile e complessa, rispondo condividendo qualche riflessione. Quando ho iniziato a fare film non avevo alcuna esperienza, quindi mi sono circondato di persone che sapevano bene quello che facevano. Per me è stato soprattutto un grande processo di apprendimento, e concetti come “identità artistica” erano ancora molto lontani.

Trovai un racconto che mi piaceva, e chiesi ad uno sceneggiatore di adattarlo, da lì nacque il mio primo corto.

Da allora ho realizzato diversi contrometraggi, poi Kin Spirits, mentre oggi sto lavorando a nuovi progetti con vari collaboratori. Riflettendoci ora, per rispondere alla tua domanda, mi rendo conto che la famiglia e le relazioni umane sono quasi sempre un elemento centrale dei mei lavori, indipendentemente dal genere.

Ho anche capito che il mio punto di forza sono le idee. Per questo mi piace collaborare con sceneggiatori, oppure scrivere insieme a loro, per trasformare quelle idee in vere e proprie sceneggiature.

La mia identità artistica oggi forse ruota proprio attorno a questo: raccontare storie che esplorano le relazioni umane.

Guardando al futuro, cosa c’è nei tuoi prossimi progetti? Ci sono storie su cui stai lavorando o che speri di raccontare presto?

Ho diversi progetti in sviluppo contemporaneamente, non si sa mai da dove possano arrivare le opportunità.

Un paio di lungometraggi sono pronti per entrare in pre-produzione e diversi altri sono in fase di scrittura, alcuni dei quali sto scrivendo proprio ora assieme ai miei collaboratori. Inoltre ho varie sceneggiature pronte per corti e una per una serie che stiamo sviluppando. Ovviamente continuo sempre ad esplorare nuove idee.

Nel cinema indipendente la sfida più grande resta sempre quella di trovare le risorse finaziarie per trasformare le storie in film. In questo momento sto dedicando gran parte delle mie energie proprio a questo, cercando al tempo stesso di mantenere un passo misurato, che permetta ai progetti di crescere con il loro ritmo naturale.

Bill Hutchens è rappresentato da Rosaly Bolton Management; qui trovate il suo profilo IMDb, insieme al link alla sua casa di produzione. Bill cura anche uno spazio personale su YouTube, dove condivide riflessioni e consigli sul cinema indipendente. Il suo film Kin Spirits si può vedere gratuitamente su Tubi, dall’Italia bisogna usare una VPN, io uso l’estensione gratuita per Chrome VeePN.